Maskérada l’ombra e la culla

in scena:
Francesca Graglia, Paola Mura, Mara Aghem, Helleana Grussu, Valentina Dieli,
Caterina Taricano, Alice Malerba, Carmen Ugon, Maria Alberta Navello, Lucia
Fusina, Alexandra Mùnoz Rico, Valentina Mortara, Giovanna Mais, Oscar
Messina, Giovan Bartolo Botta, Artin Picari, Fabio Bisogni, Mauro Parrinello
scenografie e costumi:
Debora Pasero, Lisa Guerini, Carmine Leta, Roberta Alongi, Alice Arduino,
Tetresa Baratto, Simone Guasco, Roberta Nardozza, Francesca Balestri, Valeria
Dalbart
stagisti assistenti:
Consuelo Nora, Anna Tamborrino
Prof. Ambrogio Artoni
consulenza scientifica
Orlando Manfredi
rielaborazione dei testi e collaboratore alla messa in scena
Luca Campanella
partiture in maschera
Deborah Gambino e Cristina Voglione
direzione laboratorio scenografie e costumi
Antonio Stallone
regia luci
Franco Leita
costruzione maschere
AnnaMaria Canzonieri
responsabile organizzativa per il CRUT

Vi è un nesso fra “il segno” della maschera
arcaica ereditata dai comici dell’Arte e i segni di una cultura e comportamenti
della post-modernità? Oppure fra la celebrazione dell’antica
follia carnevalesca e la ricerca di nuove dimensioni extraquotidiane nei rituali
collettivi metropolitani?
Cosa nasconde la maschera, ma soprattutto cosa manifesta, rivela?
Il laboratorio si è interrogato su questi temi, concretamente, sperimentandone
la praticabilità teatrale in funzione scenica.
Ho agito tra loro e con loro da capocomico, usando l’antico mestiere
de “l’Improvvisa”: l’improvvisazione appunto, come
unico strumento per accendere sulla scena la creazione individuale e collettiva,
e per afferrare i “segni” di ipotetiche maschere metropolitane.
Abbiamo lavorato su urgenze e bisogni primari, sulla sopravvivenza (la stessa
improvvisazione per un attore è di per sé accezione di urgenza
e sopravvivenza): si sono rapidamente rivelati frammenti, schizzi teatrali,
decisamente originali, sorreti sì dal gioco ma ben lontani dalla farsa
o dalla stucchevolezza della macchietta, che riverberano le infinite “maschere
interiori” che si agitano nell’ombra, nella culla dei bisogni.
Bisogni che vengono agiti e gridati, senza patetismi, non come denuncia ma
come domande di sopravvivenza.
La maschera in questi termini diventa il luogo del fuori e del dentro in cui
i “segni” si rivelano attraverso un linguaggio grottesco e fortemente
surreale, attraverso il paradosso, l’oscenità, l’in-verosimiglianza,
la tenerezza, che poi, sono la retorica del comico di ieri e di oggi.
A questa folla di individui metropolitani fa da contrappunto una masnada di
maschere zannesche, di folletti, di anime che ritornano; la scena è
“un luogo non luogo” sospeso nel tempo in cui la maschera antica
interagisce con quelle metropolitane.
E’ nata una struttura performativa molto semplice che potesse accoglire
e cucire il materiale esploso dalla follia delle improvvisazioni. Abbiamo
inoltre attinto lingue e canti dal patrimonio culturale dei partecipanti.
Maskérada, quale saggio finale del laboratorio di formazione e ricerca
Dalla Maschera Zannesca alle Maschere Metropolitane non è certamente
una risposta definitiva ma una curiosità, o meglio una “urgenza”
di lavoro che ha coinvolto attivamente un nutrito gruppo di studenti del DAMS.
Mauro Piombo
Maschere di ieri, maschere di oggi. A confronto, o meglio a sostenersi in un
inedito confronto. L’antica maschera rituale, che ha connotato e sottilmente
continua a connotare l’idea stessa di teatro, quella disposizione dell’attore
a “cambiare pelle”, a liberarsi provvisoriamente della propria individa
soggettività per transmutarsi in altro da sé, continua a proporsi
come luogo e cifra ontologica di un coprire che scopre, di un nascondere che
manifesta, di un fingere che rivela.
Così in un quadro di un’intensa esperienza di laboratorio, a partire
dall’inespresso di urgenze e di desideri, sempre sul filo di una ricerca
creativa basata sull’improvvisazione, un gruppo di giovani studenti del
DAMS “osa” mostrarsi ai nostri sguardi sotto la protezione di un
caleidoscopio di figure, cioè di altrettanti smascheramenti. Ora divertenti,
ora drammatici, ora commoventi, sempre inquietanti nella loro piccola o grande
autenticità
Ambrogio Artoni
Dentro un buio, sottratto alla vita per farsi scena, uno sciame, precario,
senza un ordine, fuorchè quello a singhiozzi della sopravvivenza; dentro
lo sciame alcune ( tra mille ) individualità, le cui urgenze concrete
ci restituiscono il calco di una maschera tutta post-moderna, fatta di una complessità
tenuta insieme da “quello che c’è sotto” : la semplicità
dei bisogni primari. Sono maschere “combattenti” contro lo sradicamento
dalla soddisfazione dei bisogni. Sono una specie di Umanità, ma vista
attraverso i suoi frantumi; riconoscibili, sì, ma spinti al loro margine,
nel territorio del grottesco, dove carne e cuoio si fanno tutt’uno.
E noi, guardando il nostro riflesso nello specchio deformante della rappresentazione,
non possiamo far altro che ridere per ciò che vediamo. Si sa, però,
che dietro la maschera incombe il peso di ciò che non vediamo, di ciò
che manca. E in queste nostre maschere metropolitane manca forse una solida
appartenenza, un ricondursi ad Uno. Resta l’evidenza di uno strappo, di
ciò che s-radica, appunto.
Sicuramente la scena di questa strana performance si è, col tempo, trasfigurata
in una ideale culla comune per presenze metropolitane; sole ma assieme nella
condizione dell’orfanità. Quel buio che le circonda è la
loro culla: orfani in una culla d’ombra. A vegliarle altre maschere, quelle
del ciclico tempo antico.
Orlando Manfredi